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Educare alla ribellione

by Marco Barone last modified 2012-01-10 00:46
La parola educazione, deriva dal verbo latino educĕre , ovvero, «trarre fuori, "tirar fuori" o "tirar fuori ciò che sta dentro", derivante dall'unione di ē- (“da, fuori da”) e dūcĕre ("condurre") .

«Siate realisti, chiedete l'impossibile»è una citazione di Caligola ma ripresa anche da Che Guevara.
Direte, ma quale può essere il nesso logico tra educazione e sognare l'impossibile?
Questo nesso si chiama coscienza sociale.
La scuola, come conosciuta nell'immaginario collettivo, dovrebbe essere un luogo, uno spazio, edificante menti critiche e pensanti.
Ma la realtà delle cose è ben diversa.
Oggi giorno , tramite appositi disegni di sistema, applicati dall'Invalsi, dall'Indire, dall'Ansas, esiste un progetto volto a comportare la realizzazione del processo di standardizzazione della mente acritica, volto a mutare la scuola in testificio e produzione settoriale di lavoratori utili da sfruttare per il profitto del sistema vigente.
I quiz invalsi, somministrati, ed utilizzo il termine tecnico ministeriale, sin dalla Scuola Primaria, hanno lo scopo unico e specifico di omologare la preparazione dell'attuale studente, futuro lavoratore precario, alle volontà del sistema stesso, all'ordine prestabilito.
Si costringono, nelle intenzioni di tale operazione, i docenti, a preparare gli studenti a quei quiz, perché se non verranno superati, nel modo desiderato dal sistema, i docenti stessi rischieranno di essere valutati negativamente e nei peggiori dei casi, in un futuro già scritto e normato, di perdere il lavoro.
Ecco che gli stessi testi didattici che vengono invalsizzati.
Ed allora, si deve avere il coraggio, anche nel rispetto del solo articolo 33 della Costituzione italiana, di andare oltre l'oltre.
Intendendo per l'oltre il profitto.
La libertà d'insegnamento non può essere limitata, né giuridicamente, né socialmente, dal processo di standardizzazione ed omologazione di menti acritiche oggi esistente.
I docenti devono avere il coraggio di esercitare pienamente la propria professione.
Ovvero educare alla ribellione.
Ribellione avverso il processo di omologazione, avverso il processo che vuole una scuola come madre e padre di lavoratori servi del sistema, schiavi del profitto.
Sono termini forti, ne sono ben consapevole, ma è proprio in tale consapevolezza che invoco, laicamente, il diritto dei docenti di educare, di tirar fuori dagli studenti quel senso di coscienza sociale volto a realizzare il principio della solidarietà umana, della fratellanza, della condivisione del sapere, non necessariamente correlato al concetto di profitto.
La scuola deve, ed altro non può, che formare menti critiche e pensanti e non menti omologate e settoriali.
Si deve avere il coraggio di esercitare la professione sociale di docente, di insegnante, nel vero senso del termine, liberi da condizionamenti economici e di sistema, liberi dalle volontà del capitalismo.
Questa deve essere la sfida del presente attuale.
Altrimenti sarà tardi, sarà tardi per salvare generazioni dall'oblio dell'ignoranza di Stato.
Siate realisti, chiedete l'impossibile.
Questo impossibile si chiama amore per il sapere e per la conoscenza, contro la omologazione alla mente acritica.
 

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