OLTRE IL VESUVIO
Roma,
2010-01-04
Un merito senza talento
L’epica meritocratica è una storia che si ripete con poche varianti: negli anni ‘60 il feticcio fu ripetutamente agitato come una clava contro lo sviluppo dell’università di massa. In tempo di crisi e di tagli all’università, è l’ideologia usata per legittimare la trasformazione degli atenei in docili fabbriche del sapere.
Ed è proprio in tempo di crisi e di tagli, nella più desolante
assenza di idee e di progetto, che il feticcio della meritocrazia, uno
dei più tenaci e abusati che vi siano, torna a dilagare per ogni dove.
Incombe sulla pubblica amministrazione, sulla scuola e l’università,
sulla sanità, sui servizi. Sembra essere esentata da questo metro di
giudizio solo la politica che lo esalta, investita da quella "volontà
del popolo" che non conosce meriti né demeriti, ignoranza né
conoscenza.
L’epica meritocratica è una storia che si ripete con
ben poche varianti: già negli anni ‘60 il feticcio fu ripetutamente
agitato come una clava contro lo sviluppo dell’università di massa, la
liberalizzazione degli accessi, l’inclusione generalizzata nei processi
formativi di classi e soggetti che fino allora ne erano rimasti
esclusi. Forte della sua apparente ovvietà (chi potrebbe mai sostenere
che il merito non debba essere riconosciuto?) l’ideologia meritocratica
si rivelò subito la più adatta a convogliare la frustrazione e il
risentimento dei molti che non si sentivano riconosciuti per il proprio
presunto valore e a esprimere una diffusa richiesta di privilegi e
discriminazioni sotto il segno di una riconosciuta "legittimità".
Una fucina di clientelismo
Il merito fu dunque
messo in campo come il più democratico e "oggettivo" dei principi
contrari alla spinta egualitaria di quegli anni, da una parte. E,
dall’altra, come presunto antidoto a favoritismi di carattere familiare
o politico. Nella realtà avrebbe invece funzionato in senso esattamente
contrario, e cioè come fucina di fedeli esecutori, conformisti e
opportunisti d’ogni genere. Un buon numero di rigogliose dinastie e
clientele accademiche, politiche e amministrative, tutt’oggi
solidissime, stanno a dimostrarlo. Ma se vogliamo esplorare le molte
insidie che si celano dietro il feticcio della meritocrazia, converrà,
come in molti altri casi, prender le mosse dalla sua etimologia.
Il termine mette insieme "merito" e "potere", rivendica cioè al merito il diritto di esercitare un potere. E poiché ci troviamo nel campo della produzione e trasmissione del sapere, comporta il fatto che quest’ultimo venga considerato non come un processo collettivo, ma come un ordine gerarchico. Detto in altre parole, si intende che la conoscenza non si sviluppa a partire da una cooperazione che contiene diversi talenti, gradi di competenza e capacità inventive (spesso impreviste e imprevedibili), ma costituisca invece un dispositivo di comando, un processo guidato da coloro che qualcuno ha certificato come i "migliori". La forza collettiva della cooperazione sociale viene così trasformata in un arcipelago di proprietà individuali in competizione fra loro per disporsi lungo una scala gerarchica. Al "merito" non viene concessa la libertà di esprimersi, ma la prerogativa del comando nell’ambito di una organizzazione gerarchica dei rapporti. Circostanza che tenderà, come è ampiamente dimostrato, a trasformarlo rapidamente da capacità inventiva in rendita di posizione.
Il legame tra potere e merito si rivela poi tanto più saldo e insidioso se prestiamo la dovuta attenzione alla differenza decisiva tra "talento" e "merito". Mentre il primo costituisce una qualità propria del soggetto, una sua ricchezza, una sua potenzialità, il secondo non è che un giudizio, una patente. In altre parole, è sempre qualcun altro (che dispone a sua volta di potere) a conferire e certificare il merito (e dunque un passaggio di potere). Non è un caso che non si sia mai sentito parlare di "talentocrazia". Il riconoscimento del "talento" è infatti un riconoscimento di tipo sociale, collettivo, gratuito, restio a qualsiasi investitura di carattere burocratico.
In nome dello status quo
La cosiddetta
meritocrazia è, al contrario, un sistema di misura indeterminato (in
questo assai simile ad altri termini vuoti e dunque manipolabili a
piacimento del lessico politico contemporaneo come "governabilità" o
"professionalità") alla totale mercé della gerarchia che lo governa.
Questa gerarchia considera, oggi come ieri, la sua propria riproduzione
come il più eccellente dei risultati e dunque "non meritevole", tutto
ciò che da questo obiettivo tenda a discostarsi. Ciò significa che il
merito è sostanzialmente un processo di adattamento, di adeguamento ai
tempi, alle modalità, alle necessità, alle compatibilità economiche e
comportamentali dell’ideologia della formazione e del mercato del
lavoro, esentato, quest’ultimo, da ogni passaggio di valutazione e
rischio di giudizio. È, insomma, un invito, che non si può declinare,
alla riproduzione dell’esistente. Ogni principio critico ne resta
inevitabilmente escluso e sanzionato poiché è nella natura di ogni
esercizio della critica rimettere in questione le unità di misura e
quindi anche la valutazione del merito. La capacità critica è appunto
un talento e non un merito. Ciò spiega anche perché, dopo decenni di
assillante retorica meritocratica, le gerarchie universitarie,
politiche, industriali, hanno continuato a riprodursi proprio sulla
base di quei rapporti di fedeltà e ossequio, politici o clanici, che la
meritocrazia prometteva di sbaragliare. Il contenuto reale di questa
tenace ideologia si rivela pienamente nei suoi effetti pratici. Se i
movimenti studenteschi, a partire dal 1968 e fino a oggi, hanno avuto
la meritocrazia tra i loro principali bersagli è perché vi hanno
giustamente riconosciuto uno strumento di controllo e di conservazione,
un sistema arbitrario di regole capace di reprimere ogni talento.
Perché non hanno mai smesso di chiedersi: merito per chi? Merito secondo chi?
La scuola ha un mandato costituzionale