COMMENTI
Milano,
2009-02-17
Considerazioni sulle bozze di regolamento di applicazione della riforma Gelmini -Tremonti per i licei e gli istituti tecnici
Premessa
Un’analisi complessiva delle conseguenze della riforma Gelmini-Tremonti sugli ordinamenti scolastici delle superiori avrebbe bisogno di alcune informazioni aggiuntive a quelle attualmente in possesso di chi scrive.
· Innanzi tutto manca la bozza di regolamento degli istituti professionali, dei quali si sa al momento ciò che viene affermato nello schema di piano programmatico del settembre scorso: sopravviveranno i professionali che non costituiscono dei doppioni degli indirizzi tecnici; avranno durata quinquennale; sarà affidata ai CFP gestiti dalle regioni l’attivazione dei corsi triennali di qualifica. In una parola: i professionali di stato verranno “tecnicizzati”, cioè saranno indistinguibili dagli istituti tecnici, mentre l’offerta formativa triennale passerà alle Regioni.
· In secondo luogo non ci sono ancora indicazioni sulla revisione delle classi di concorso, prevista ma non ancora realizzata, da cui certamente dipende molto della qualità effettiva dei rinnovati indirizzi, visto che un eccessivo annacquamento delle classi di concorso determinerebbe inevitabilmente un abbassamento generalizzato dei livelli degli insegnamenti.
· In terzo luogo non sono ancora chiare le scelte relative all’organizzazione dell’offerta formativa sul territorio, in particolare per ciò che riguarda la possibilità di attivare in uno stesso istituto più indirizzi: sarà ancora possibile dar vita a IIS, in cui siano presenti corsi afferenti sia all’istruzione liceale, sia a quella tecnico-professionale, o si andrà verso un ritorno alla specializzazione, con licei da una parte e istituti tecnici dall’altra?
· Infine bisogna capire quali saranno le scelte riguardanti la possibilità di attivare compresenze, soprattutto nelle ore di laboratorio: se le indicazioni contenute nello schema di regolamento, che prevedono il “superamento delle attività di co-docenza e contenimento delle attività in compresenza tra docenti di teoria e insegnanti tecnico-pratici di laboratorio” fossero confermate, ne seguirebbe un pesante indebolimento delle attività di laboratorio, dal punto di vista quantitativo (con due insegnanti in laboratorio gli studenti lavorano di più) e qualitativo (la compresenza dell’insegnante di teoria e di quello tecnico-pratico favorisce quel collegamento tra la riflessione teorica e l’operatività che è il principale valore aggiunto della didattica laboratoriale).
Questi limiti non impediscono però un’analisi dei materiali esistenti, dal momento che essi sono già in grado di rivelare alcune linee di fondo abbastanza definite, la prima delle quali riguarda ovviamente il monte-ore.
I regolamenti attuativi su questo punto non potevano che applicare le indicazioni definite a monte da Tremonti sulla diminuzione dell’orario scolastico: a 30 ore nei licei, a 32 per i tecnici, a 32-35 nei licei artistici. Nel caso dei licei (artistici esclusi) il confronto tra l’ordinamento dei vecchi licei e quello riformato vede attribuire a quest’ultimo un monte-ore maggiore. In verità, però, nella maggioranza delle scuole sono da anni attive sperimentazioni che hanno fatto lievitare significativamente il numero di ore oltre le 30, sicché la proposta attuale comporta una diminuzione del monte-ore anche in buona parte dei licei. Nel caso dei tecnici la diminuzione dell’orario rispetto alla realtà attuale è invece sistematica. Va peraltro notato che la scelta delle commissioni che hanno redatto i due documenti (quella sui tecnici è la stessa istituita da Fioroni, mentre quella sui licei è stata istituita ad hoc dalla Gelmini) è stata di usare sempre tutto il monte-ore previsto in tutti e cinque gli anni. Sempre riguardo alla questione del tempo-scuola, va segnalata infine l’enfasi data all’indicazione, considerata non derogabile per alcun motivo, di attivare sempre e comunque unità orarie di 60’.
I curricoli dei licei
Detto ciò, la prima osservazione che possiamo fare sui licei è che i nuovi curricoli, pur non proponendo alcuna “rivoluzione” rispetto alla situazione attuale, appaiono fortemente caratterizzati dalla scelta di fondo di accentuarne il carattere “liceale”. In concreto, ciò significa che alle spalle dei piani di studio proposti vi sono alcune precise scelte di fondo che mirano a enfatizzare gli aspetti più tradizionali della “licealità” all’italiana:
· la presenza in tutti gli indirizzi, eccetto l’artistico, del latino (anche l’ipotesi, ventilata in un primo tempo, di permettere agli studenti dello scientifico di scegliere una seconda lingua straniera al posto del latino è stata accantonata);
· la totale assenza in tutti gli indirizzi (con l’eccezione dell’artistico) di attività laboratoriali o tecnico-operative;
· la scelta pressoché esclusiva di materie di tipo teorico (sempre con l’eccezione dell’artistico) e la quasi totale assenza di discipline anche solo vagamente professionalizzanti (clamoroso è il caso del liceo delle scienze umane: rispetto al liceo socio-psico-pedagogico Brocca, uno dei più diffusi attualmente, le materie più “specifiche”, cioè pedagogia, psicologia e sociologia, vedono dimezzate le proprie ore e, addirittura, le ultime due vengono assorbite nella più generica e ambigua disciplina “scienze umane”);
· la sparizione del liceo scientifico-tecnologico, che era stato un tentativo di introdurre un indirizzo-ponte tra licei e tecnici, caratterizzato da una quota significativa di materie teoriche, accompagnata però da una robusta presenza di insegnamenti scientifici impartiti anche attraverso lo strumento laboratoriale.
In questo quadro, l’unico cambiamento che va nella direzione di una razionalizzazione migliorativa dell’esistente è costituito dall’arricchimento dell’offerta di materie scientifiche nel liceo scientifico (con un forte delle ore di matematica e l’introduzione di fisica e scienze naturali fin dal primo anno) e in quello classico.
I curricoli degli Istituti Tecnici
Nel caso degli istituti tecnici, al contrario che nei licei, assistiamo ad un profondo cambiamento rispetto agli indirizzi attuali. Dagli attuali 10 settori articolati in 39 indirizzi e in un numero imprecisato di sperimentazioni, il regolamento prevede di passare a due soli settori, economico e tecnologico, rispettivamente articolati in due e nove indirizzi (peraltro questi ultimi presentano ulteriori subarticolazioni, che ne fanno lievitare il numero totale a 22).
Non è quindi facile fare confronti con la situazione attuale. Tuttavia qualche elemento rilevatore delle scelte di fondo di chi ha curato il progetto emerge. Anche per questi indirizzi di studio, come per i licei, si può infatti parlare di una scelta “identitaria”, che ne enfatizza la specificità rispetto alle altre articolazioni del sistema scolastico. In concreto questo significa:
· una presenza di materie comuni (fra le quali non rientrano solo le umanistiche, ma anche matematica, diritto e scienze) che diminuisce in assoluto, ma rimane sostanzialmente uguale in termini di incidenza percentuale;
· una conseguente tenuta delle discipline di indirizzo, comprese quelle di laboratorio; queste ultime, pur diminuendo complessivamente anche in termini percentuali, mantengono un peso non irrilevante (che nei trienni degli indirizzi tecnologici è intorno al 30% del monte-ore totale);
· un’organizzazione peculiare, che prevede l’istituzione a livello centrale di un Comitato per l’istruzione tecnica e professionale, composto da personale dirigente e docente della scuola e da esperti del mondo del lavoro e dell’università, con il compito di rivedere periodicamente gli indirizzi di studio, e a livello di istituto di Comitati tecnico-scientifici, con la presenza paritetica di docenti dell’istituto e esponenti del mondo del lavoro e della ricerca scientifica, a cui vengono affidate funzioni consultive sulle scelte organizzative e sull’utilizzazione degli spazi di autonomia e flessibilità;
· un grado di autonomia didattica più elevato dei licei (per i quali si ferma al 20% del monte-ore annuale): 20% nel primo biennio, 30% nel secondo biennio e 35% nell’ultimo anno, con l’intento evidente di permettere un forte collegamento della scuola con la realtà produttiva locale.
Chiaramente, l’eventuale (e probabile) scelta di non prevedere più la compresenza dell’insegnante di teoria e di quello tecnico-pratico nelle ore di laboratorio finirà con l’attenuare la peculiarità degli istituti tecnici. Tuttavia, mi sembra che essa rimarrà in ogni caso, soprattutto in virtù dei nuovi dispositivi organizzativi introdotti. Il che fa ipotizzare che, almeno nella testa degli estensori di questo documento, l’offerta scolastica sul territorio dovrà essere caratterizzata dalla presenza di scuole che attivino solo indirizzi liceali o solo indirizzi tecnico-professionali.
Considerazioni generali
La prima considerazione che mi sento di fare è che è sicuramente sbagliato sostenere che questa riforma proponga un modello “duale” analogo a quello della riforma Moratti-Bertagna. In realtà le differenze con quest’ultima sono molte e, per quanto riguarda gli indirizzi tecnici, vi è una marcata continuità con le scelte di Fioroni (la cui commissione preposta alla riforma dell’area tecnico-professionale non a caso ha continuato a lavorare anche sotto il nuovo governo). Considerando l’intero sistema dell’istruzione statale e della formazione professionale, emerge chiaramente un modello “a tre gambe”, di cui due costituite dai due rami, fortemente divaricati tra di loro, dell’istruzione statale (i licei e gli istituti tecnico-professionali) e una dalla formazione professionale regionale. Invece il modello proposta da Bertagna per le superiori comportava una secca bipartizione tra l’istruzione statale, completamente licealizzata, e la formazione professionale regionale; in questo sistema non vi era posto per l’istruzione tecnica, che avrebbe dovuto essere assorbita da quella liceale.
A prima vista, quindi, la “riforma” Gelmini-Tremonti sembra presentarsi come poco innovativa rispetto all’esistente, dal momento che ribadisce la tripartizione del sistema scolastico attuale tra licei, tecnici e professionali. In effetti, dal momento che l’obiettivo fondamentale delle iniziative sulla scuola dell’attuale governo è il risparmio della spesa pubblica, era lecito aspettarsi indicazioni curricolari di basso profilo. In realtà, però , le cose non stanno proprio così e, ferma restando la logica del taglio della spesa come priorità, il progetto possiede una sua identità che lo distingue dalla scuola superiore attuale per almeno due motivi.
Il primo, più palese, è legato al rafforzamento della formazione professionale regionale, che avrebbe il monopolio dei corsi per il conseguimento della qualifica professionale, e alla “tecnicizzazione” di quello che resta dell’istruzione professionale di stato.
Il secondo, meno evidente ma probabilmente più incisivo nelle sue conseguenze, è costituito dalla scelta di liquidare tutte le realtà-ponte tra i licei e gli istituti tecnici. Non bisogna infatti dimenticare che le molteplici sperimentazioni nelle scuole superiori degli ultimi quarant’anni non hanno prodotto solo fenomeni deprecabili, come la proliferazione di indirizzi e la mancanza di qualsiasi verifica dei progetti sperimentati, ma anche in molti casi la scommessa di una contaminazione tra culture (umanistica e tecnico-scientifica), stili cognitivi (verbale-astratto e pratico-operativo) e metodi didattici (frontale e attivo-laboratoriale). Il tutto non per un capriccio intellettualistico da “sessantottini”, ma sulla base di serie teorie psicopedagogiche – come quella di Gardner, lo “scopritore” degli stili cognitivi – che sostengono che l’adozione di approcci diversificati in campo didattico non solo è utile a tutti, visto che gli stili cognitivi si evolvono nel tempo ed è bene che ciascuno si eserciti anche in quelli per i quali non ha una predisposizione personale, ma soprattutto permette di intercettare meglio i differenti approcci allo studio degli adolescenti e quindi di prevenirne l’insuccesso scolastico.
I due emblemi di questi tentativi di contaminazione sono gli storici ITSOS, con i loro bienni unici e le aree di base unitarie del triennio, e i più recenti licei scientifico-tecnologici. Di tutto questo, se passa la riforma, non rimarrà più traccia e, di conseguenza, la scuola superiore futura sarà diversa da quella attuale, perché sarà molto più marcata la distinzione tra area tecnico-professionale e area liceale. Nella misura in cui abbandona la scelta della contaminazione, la riforma attuale si pone sulla scia di quella proposta da Bertagna-Moratti; anche lì era teorizzata e praticata la netta separazione tra i percorsi scolastici: quello liceale, tutto proteso verso la “teoresi” (da questo punto di vista i curricoli dei licei proposti attualmente sono molto simili a quelli morattiani), e quello professionale, tutto pratico e operativo. Solo che in questo caso tertium datur, cioè tra i due opposti si colloca una terza area fortemente differente dalle altre due.
Tutte queste considerazioni fanno riferimento esclusivamente agli ordinamenti didattici proposti. Come andranno poi effettivamente le cose nella realtà è un altro paio di maniche. La tendenza attuale, per lo meno in provincia di Milano, vede circa il 90% delle famiglie scegliere un corso di studi nell’ambito dell’istruzione; in particolare la grande maggioranza (pari a circa il 75% dei ragazzi di questa fascia d’età) opta per un indirizzo quinquennale (liceo o istituto tecnico), mentre gli altri frequentano gli istituti professionali di stato, che, con la formula “triennio di qualifica + biennio”, offrono la possibilità sia di interrompere gli studi dopo tre anni, sia di conseguire un diploma. Solo una piccola minoranza degli adolescenti (stimata al 4,5%) sceglie corsi di formazione professionale rinunciando a priori ad un titolo di studio quinquennale. Se andiamo a vedere più nel dettaglio le scelte degli indirizzi, l’altra tendenza rilevante dell’ultimo decennio è la “licealizzazione”, cioè la crescita imponente degli iscritti ai licei a scapito degli istituti tecnici. Quanto ai professionali, essi hanno conosciuto perdite di iscritti molto contenute, con ogni probabilità a causa dell’afflusso crescente in questi indirizzi di studenti stranieri, la cui scelta di un corso scolastico breve è probabilmente legata alla condizione socioeconomica di partenza, che impone di rendere l’investimento scolastico produttivo sul mercato del lavoro in tempi brevi.
Dunque, l’aspettativa scolastica largamente maggioritaria tra le famiglie (soprattutto italiane) è quella di almeno un diploma quinquennale. “Almeno”, perché il fenomeno della licealizzazione mostra chiaramente che l’aspirazione ad un titolo universitario va diffondendosi, favorita anche dall’ordinamento “3+2” introdotto all’università. È lecito supporre che la riforma Gelmini-Tremonti non cambierà significativamente le cose; anzi, ritengo piuttosto probabile che anche la maggior parte dei potenziali iscritti alla formazione professionale di nazionalità italiana finirà per optare, almeno in prima battuta, per l’istituto tecnico.
Anche da questo punto di vista la differenza tra l’approccio attuale e quello della riforma Bertagna-Moratti è marcata. Apparentemente quest’ultima assecondava la tendenza alla licealizzazione, facendo piazza pulita degli istituti tecnici e proponendo una scelta secca tra i licei e la formazione professionale. Di fatto, però, nella misura in cui proponeva una concezione del liceo “pura”, non contaminata da contenuti e metodi didattici di tipo tecnico-operativo, sceglieva di dar vita a corsi di studio molto selettivi, destinati a far “retrocedere” una quota rilevante di studenti alla formazione professionale. Inoltre, poiché solo i licei avrebbero permesso l’accesso all’università e quindi a professioni qualificate e remunerative, questo sistema avrebbe favorito la riproduzione della stratificazione sociale esistente, nel senso che con tutta probabilità avrebbero conseguito i risultati scolastici migliori proprio i ragazzi e le ragazze appartenenti alle classi sociali più solide dal punto di vista socioeconomico e culturale. Quindi, nascosto (malamente) dietro la retorica della “licealità” vi era un approccio classista, cui si aggiungeva una concezione “sostanzialista” degli stili cognitivi: per Bertagna la scuola avrebbe dovuto riconoscere le modalità di apprendimento degli alunni (di qui l’enfasi sulla “personalizzazione” dell’insegnamento), per poi canalizzarli precocemente verso indirizzi di studio che fossero “adatti a loro”. Ciò che non veniva minimamente preso in considerazione è che gli stili cognitivi non sono un’essenza innata immodificabile, ma possono e devono essere oggetto di intervento didattico, affinché non si cristallizzino e ciascuno possa arricchire il proprio bagaglio di strumenti cognitivi. Per questi motivi la riforma di Bertagna può essere definita reazionaria nel senso letterale del termine, dal momento che si proponeva di fare della scuola un luogo di “immobilità sociale”, in cui le differenze di partenza, dal punto di vista delle attitudini personali e della condizione sociale, venissero riconosciute e “congelate” una volta per sempre.
Diverso è l’approccio della riforma attuale, alla cui base vi sono alcune considerazioni sui bisogni formativi del sistema economico italiano sostenute da tempo dalla Confidustria e fatte proprie anche da Prodi e dagli economisti che in vario modo adottano un approccio simile a quello prodiano. L’idea di fondo è che il sistema produttivo nazionale necessiti non solo di manodopera altamente qualificata in possesso di una preparazione di tipo universitario e di manodopera con una qualificazione bassa o bassissima formatasi in brevi corsi di formazione professionale – giusta la visione da ancien régime implicita nella proposta di Bertagna – ma anche di una fascia intermedia, la cui formazione non può essere di tipo universitario, perché sarebbe uno spreco, ma deve pur sempre garantire livelli di cultura generale accettabili e una preparazione professionale specifica approfondita. L’istituto tecnico rappresenta il canale di studio ideale per questa fascia di lavoratori: di qui le proteste di Confindustria ai tempi della riforma Bertagna-Moratti e la decisa iniziativa di Prodi e Fioroni per il suo reinserimento nell’ordinamento scolastico italiano (che l’attuale governo ha deciso di mantenere).
Non entro nel merito dell’analisi della società italiana che è alla base di questa proposta. Mi limito solo ad osservare che anche questo approccio, benché si presenti apparentemente come più “oggettivo”, in realtà risente pesantemente dei suoi presupposti ideologici, che sono ovviamente discutibili. Questa volta si tratta di un’ideologia non reazionaria, bensì tecnocratica e neoliberista. “Tecnocratica”, perché parte dal presupposto che la politica scolastica possa e debba indirizzare le famiglie, o quanto meno condizionarle, verso determinate scelte; nel caso specifico, è evidente l’intenzione di andare in controtendenza rispetto alla licealizzazione della scuola italiana, riportando una fetta degli studenti verso gli istituti tecnici. “Neoliberista”, perché concepisce la scuola in funzione prevalentemente, se non unicamente, del mercato; pertanto, nel momento in cui “l’azienda Italia” ha bisogno di un certo tipo di forza-lavoro, il sistema scolastico deve adeguarsi.
Ho due obiezioni al riguardo.
La prima concerne la fattibilità di questo progetto a fronte della soggettività della famiglie. Sarà piuttosto difficile, a mio modo di vedere, bloccare un fenomeno come quello della crescente propensione a mandare i propri figli all’università; esso è il risultato di molteplici circostanze storiche e fattori sociali, ma con ogni probabilità non è contingente e quindi non potrà essere sradicato con facilità.
In secondo luogo continuo a pensare che il rapporto tra scuola e sistema economico, pur importante, non debba essere esclusivo. Il sistema scolastico non deve avere solo il compito di formare lavoratori, ma anche (e forse soprattutto) di istruire e educare cittadini. In questo senso esso deve svolgere un ruolo nodale in quell’opera di rimozione degli “ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese” sancita dall’art. 3 della Costituzione. Nell’ottica costituzionale, infatti, la scuola pubblica non è solo e tanto una variabile dipendente del sistema economico, ma un diritto, che la Repubblica deve garantire al massimo livello per il maggior numero possibile di persone.
Coerenti con queste finalità erano le sperimentazioni degli anni Settanta e Ottanta, che puntavano sulla contaminazione didattico-disciplinare: è infatti questo approccio a costituire una più efficace barriera contro l’insuccesso scolastico e a garantire a tutti sia gli strumenti per inserirsi con successo nel mondo del lavoro, sia l’accesso alla cultura prescritto dalla Costituzione. Sicuramente queste sperimentazioni necessitano oggi di revisioni che le adattino alla realtà attuale. Nondimeno penso che da lì si sarebbe dovuto partire per riformare la scuola superiore; cosa che invece, purtroppo, non si è fatto.
Milano, 9 febbraio 2009
Giorgio Giovannetti
Decreto "AMMAZZAPRECARI"