di Alessio Marconi pubblicato su cspita.org il 21.10.2009
Il
10 ottobre dell’anno scorso decine di migliaia di studenti sfilavano
nelle piazze italiane. Per chi se ne accorse, quelli erano i primi
segnali di un movimento che avrebbe coinvolto più di un milione di
studenti, un’intera generazione scagliata per la prima volta sulla
scena politica.
Il
9 ottobre di quest’anno, a un anno meno un giorno da quella data, più
di 100mila studenti hanno calcato ancora le strade e le piazze di 50
diverse città del nostro paese. Se accostassimo queste due giornate,
una di fianco all’altra, astraendole dalle dinamiche in cui sono
inserite e di cui fanno parte, certo potremmo trovare molti elementi in
comune, dalla partecipazione di fasce di giovanissimi studenti agli
slogan spontanei che qua e là si alzano dai cortei e superano per
radicalità le modeste e moderate rivendicazioni degli organizzatori. Ma
eventi di questi genere non possono essere considerati al di fuori del
momento e della situazione concreta in cui hanno luogo, e c’è almeno
una differenza fondamentale fra l’inizio dell’Onda e questi primi segni
dell’autunno: in mezzo c’è stata, appunto, l’Onda, con le sue enormi
potenzialità e i limiti che l’hanno condannata.
Quel
movimento, al di là di essere un’esplosione contro le condizioni in cui
versa l’istruzione pubblica e per certi versi l’intera società, si
batteva contro un attacco generale e molto chiaro: il taglio di 8
miliardi e passa di euro voluto da Tremonti e Gelmini, con tutte le
conseguenze che ne sarebbero derivate. Quella battaglia è stata persa.
Quando
abbiamo analizzato le ragioni per cui il movimento non aveva vinto,
abbiamo spiegato che la prima causa erano stati gli errori di chi lo
dirigeva. Questi errori non permisero al movimento di trovare una via
per quel salto di qualità che doveva dare alla lotta una serie di
obiettivi chiari e di metodi per raggiungerli. L’Onda in pratica si
arenò da sola, non perché subì una sconfitta in campo aperto. La
differenza fra questi due scenari la vediamo nitidamente oggi: se ci
fosse stata una sconfitta in campo aperto ora probabilmente gli
studenti sarebbero in preda alla demoralizzazione, convinti che pur
mettendoci tutte le forze che hanno e anche senza fare errori clamorosi
non sia possibile sconfiggere la Gelmini. Invece, per come sono andate
le cose, oggi assistiamo a una ripresa delle mobilitazioni.
Qual’è
l’obiettivo di queste mobilitazioni, attuali e del prossimo futuro? A
differenza dell’anno scorso, non c’è un attacco netto, limpido e
presente all’istruzione pubblica. Sia chiaro, non perché le cose vadano
bene, semplicemente perché i pesantissimi attacchi degli anni scorsi, e
soprattutto dell’anno scorso, sono già passati. Sono appunto le
conseguenze di questi attacchi, e in primo luogo dei tagli (ai
finanziamenti, ai posti di lavoro, ai corsi) che si stanno ponendo
giorno dopo giorno davanti agli occhi degli studenti: non ci sono i
soldi per le strutture, non ci sono i soldi per i professori (o per la
ricerca), non ci sono i soldi per le gite, non c’è abbastanza personale
per garantire le attività dell’anno scorso, saltano le sperimentazioni,
le strutture cadono a pezzi e così via. In tale situazione, ciò a cui
assistiamo è una progressiva presa di coscienza della portata reale
degli attacchi all’istruzione. Una presa di coscienza a salti,
disomogenea, non generalizzata, che probabilmente darà luogo a una
mobilitazioni con queste stesse caratteristiche.
Alla
fine dunque l’Onda, che non ha lasciato dietro di sé conquiste, né
nuove strutture studentesche, è proprio nelle coscienze degli studenti
che ha lasciato il segno più importante. In primo luogo ricordando che
lottare si può, e facendo scoprire a molti per la prima volta la forza
esplosiva di una lotta collettiva. In secondo luogo fissando alcuni
punti fermi nella coscienza politica degli studenti.
Uno
di questi è certamente la necessità di unire le lotte degli studenti a
quelle dei lavoratori. Non è passato invano un movimento in cui tutte
le date importanti di mobilitazione erano giorni di sciopero, né
quell’unità che era stata spesso trovata nelle università, nelle scuole
e poi nelle piazze. Oggi gli studenti tornano a porsi con naturalezza
il problema dell’unificazione del movimento. Il 3 ottobre a Roma
centinaia di studenti hanno partecipato al corteo dei precari della
scuola, e sarebbero stati di più se non fosse stato per la solita
gestione inadeguata del corteo studentesco che ha fatto sì che più
della metà degli studenti non arrivasse a quello dei precari. Il 9
ottobre nelle città in cui gli studenti hanno partecipato ai cortei
sindacali la maggior parte di loro non era negli spezzoni studenteschi,
e laddove le strutture studentesche, per coltivare i propri interessi,
hanno convocato piazze separate rispetto a quelle dei lavoratori in
nome di una presunta particolarità da mantenere, ci sono state scuole
intere che hanno deciso di ignorare i cortei studenteschi per stare al
fianco dei lavoratori.
Esempi
come questi ci mostrano che esiste un settore di studenti che, vista la
mancata vittoria dell’anno scorso, non si è semplicemente ritirato alla
vita privata ma si pone, più o meno consciamente, il problema di capire
quali siano stati gli errori commessi e in che modo possano essere
superati. Questi studenti non hanno risposte pronte e più che avere un
orientamento lo cercano. Per riprendere l’esempio del 9 ottobre, è
chiaro che non basta partecipare in ordine sparso a un corteo sindacale
per contrastare chi vuole le piazze separate: è necessario spiegare
innanzitutto agli studenti che non conoscono la situazione cosa sta
succedendo e la necessità di unire le lotte, così come è necessario
avere una presenza organizzata per poter diventare un punto di
riferimento.
Questo
è il passaggio, il salto di qualità che serve oggi: un intero settore
di studenti che si stanno ponendo domande fondamentali deve affrontare
le discussioni e le esperienze necessarie a produrre i quadri
studenteschi che possano permette al movimento di superare i limiti che
l’hanno fermato per anni e che sono stati profondamente scossi
dall’esperienza dell’Onda.
A
tal fine ogni problema da affrontare può essere un passo avanti:
dall’unità studenti-lavoratori, preso qui come esempio,
all’antifascismo, che deve superare le storiche e parallelamente
scorrette posizioni del costituzionalismo e dell’antifascismo
militante; dalla difesa del diritto allo studio (e la discussione sul
pdl Aprea è tutta da aprire) a questioni più ampie come la repressione
(sono di questi giorni le sconcertanti condanne d’appello per il G8 di
Genova) o la condizione femminile.
Il
compito di ogni attivista politico in questa fase del movimento
studentesco è proprio questo: capire quali siano le discussioni, le
campagne da portare nelle scuole e nelle università, per far sì che
quest’anno non passi invano.
Le
mobilitazioni dell’anno scorso sono state un risveglio esplosivo e
generalizzato; quelle di quest’anno, con tutta probabilità su base meno
ampia, con un minore livello di generalizzazione, ma che partono
proprio dall’esperienza dell’anno scorso, saranno utili nella misura in
cui produrranno il salto di qualità di cui parlavamo prima. La
costruzione del Csp-Csu è in quest’ottica, in ambito studentesco, la
migliore proposta e il miglior risultato che possiamo offrire.
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