RIFLESSIONI E OPINIONI
Milano,
2008-09-14
La solitudine dell’uomo globale e la scuola identitaria
Di quale autonomia stiamo parlando, quale autonomia auspichiamo per le nostre scuole pubbliche, ma soprattutto, a quale progetto è finalizzata la ricerca di una vera autonomia? Autonomia da cosa?
La solitudine dell’uomo globale e la scuola identitaria
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Azione Effettuato da Data e ora Commento Pubblica Mario Piemontese 20/04/2009 18:36 Nessun commento. prepublish Mario Piemontese 20/04/2009 18:36 Nessun commento. Sottoponi a revisione Mario Piemontese 20/04/2009 18:35 Nessun commento.
Di quale autonomia stiamo parlando, quale autonomia auspichiamo per le nostre scuole pubbliche, ma soprattutto, a quale progetto è finalizzata la ricerca di una vera autonomia? Autonomia da cosa?
La crisi dei cosiddetti “corpi intermedi” tra cittadino e Stato, la crisi dello Stato-Nazione e la polverizzazione della modernità sotto la pressione sempre più massiccia delle “sfere pubbliche diasporiche” globali, la deterritorializzazione delle culture, la delocalizzazione intesa come crisi del senso del luogo, sono soltanto alcune delle premesse che portano sempre più individui a ricercare sul vasto mercato delle identità dei solidi e tranquilli rifugi a buon mercato, per evitare di smarrirsi nell’oscillazione continua tra locale e globale. Nel nostro Paese, il cui maggior fattore identitario si circoscrive al focolare domestico – che come dispositivo identitario può facilmente sfociare nel noto fenomeno nostrano del “familismo amorale”- tutto questo stenta a manifestarsi in modo eclatante, ma molti sono i segnali di una tendenza neocomunitaria e neoconfessionale, per i quali possiamo citare a titolo di esempio il fenomeno dilagante della Lega Nord e il potere altrettanto dilagante e silenzioso di Comunione e Liberazione in Lombardia.
In questo panorama l’istituzione “scuola pubblica” ha un ruolo fondamentale e non è un caso che di autonomia scolastica se ne parli da almeno dieci anni. Autonomia gestionale e finanziaria, autonomia nella gestione del personale docente, autonomia nell’indirizzo generale della politica scolastica, autonomia nelle scelte pedagogiche e didattiche.
Al di là della connotazione puramente gestionale ed economica implicita nel concetto di autonomia - semplice strumento di razionalizzazione delle spese e maggior capacità decisionale per materie di ordinaria amministrazione – il termine “autonomia” se non viene sostanzializzato con scelte identitarie rimane uno scatolone vuoto. Sarebbe ben strano se le scuole pubbliche, una volta trasformate in fondazioni, rimanessero tutte uguali; il mercato dell’offerta formativa obbliga le varie istituzioni a fare delle scelte, a differenziarsi, ognuna con la propria offerta, ognuna con la propria identità.
Ma, se aboliamo le sperimentazioni, che sono il modo migliore per offrire più percorsi formativi all’interno di un quadro che rimane quello della scuola pubblica uguale per tutti, se introduciamo un unico modello pedagogico nella scuola elementare, peraltro tornando indietro di quarant’anni, a cosa ci riferiamo quando parliamo di ‘autonomia’, di ‘libera scelte delle famiglie’, di pluralismo nel mercato dell’offerta formativa?
Una possibile risposta potrebbe essere: quando parliamo di autonomia stiamo parlando di scelta politico-pedagogica, le famiglie devono essere libere di scegliere l’educazione dei propri figli, quindi è sacrosanto che non ci debba essere un’unica scuola uguale per tutti, ma più scuole, a seconda di quanto chiede il mercato delle identità politico-pedagogiche. Non stiamo parlando di offerta formativa nel senso che ogni scuola attua alcuni indirizzi di sperimentazione (le hanno abolite), stiamo parlando di offerta pedagogica; infatti nel ddl Aprea non si fa menzione della parola ‘istruzione’ ma del ‘compito educativo del docente’.
Tutto questo può sembrare un po’ fumoso o eccessivamente visionario, ma credo non sia un’ipotesi peregrina; del resto che l’educazione dei giovani sia una delle questioni politiche per eccellenza non dobbiamo scomodare Platone per ricordarcelo. Crisi dello Stato-Nazione significa crisi della cittadinanza e in ambito scolastico significa crisi di un’istruzione uguale per tutti all’interno di un progetto pedagogico ispirato ai principi della Costituzione, un quadro laico in senso lato e condiviso da tutti; se queste premesse vengono meno è evidente che tutto il resto viene da sé, e l’autonomia intesa nel senso sopra indicato, va proprio in questa direzione. L’ istruzione laica e repubblicana ispirata ai valori della Costituzione non è più qualcosa di condiviso (e forse lo è stata in passato soltanto per un equilibrio politico che si è infranto alla fine degli anni ’80); le istanze neoconfessionali guidate da Comunione Liberazione e dal Vaticano vanno in senso contrario, le istanze regionaliste e neocomunitarie della Lega Nord fanno altrettanto, il revisionismo storico della Destra pure, il neoliberismo dei liberal del Centro-Destra e di Confindustria vedono nell’istruzione nient’altro che un pacchetto di competenze da spendere sul mercato del lavoro. Questo è il quadro che circoscrive, da un punto di vista delle premesse ideologico-culturali, le formazioni discorsive che supportano il discorso principale dell’autonomia scolastica.
Non è difficile immaginare, se si continua in questa direzione, quale potrebbe essere il panorama della scuola pubblica in Italia tra una quindicina d’anni.
Prendiamo una città come Milano e portiamo all’estremo tendenze e ‘identità’ già presenti: le scuole di periferia saranno sempre più di periferia, magari divise in scuole di area ciellino-missionaria e area progressista, altre invece, abbandonate al loro destino, saranno semplicemente scuole di frontiera; le scuole a vocazione confessionale (fra i colleghi si sente già parlare di ‘scuole di cielle’) diventeranno scuole confessionali; le scuole vagamente o ‘storicamente’ di sinistra diventeranno scuole dichiaratamente progressiste, se scuole del centro città avranno magari un’aura radical chic; le scuole dell’alta borghesia milanese o di quello che ne rimane si divideranno tra scuole d’elìte, scuole confessionali e diplomifici d’eccezione; magari ci sarà anche qualche scuola con Dirigente e Consiglio di amministrazione a maggioranza leghista che introdurrà l’insegnamento del dialetto meneghino come seconda lingua comunitaria e l’insegnamento di ‘fondamenti di storia padana dai celti ad oggi (saltando però il breve periodo dai romani alla fine della prima Repubblica)’; infine ci saranno una miriade di scuole pubbliche alla disperata ricerca di una fantomatica identità da offrire agli studenti-clienti e alle loro famiglie, identità da ricercare immancabilmente nel territorio: aziende disposte a sponsorizzare la scuola, associazioni sportive, cooperative, etc.. (sic!) .
Questo scenario può apparire un po’ fantasioso e venato da suggestioni letterarie ma tutto questo è previsto nelle linee generali del ddl Aprea, se a questo aggiungiamo alcuni ‘fatti’ della nostra contemporaneità possiamo chiudere il cerchio con qualche timore: nelle valli padane si celebrano veramente matrimoni secondo il rito padano, nel laboratorio scaligero leghista si celebrano le Pasque veronesi (ricorrenza dell’insurrezione cittadina antigiacobina del 1797) come fenomeno identitario veramente sentito (processione che vede sfilare insieme tradizionalismo cattolico e estremismo neofascista), nella nostra Lombardia la giunta regionale finanzia con migliaia di euro la costruzione di un polo formativo privato di Comunione e Liberazione, Confindustria si occupa di scuola quotidianamente con convegni e seminari sul problema della nostra scuola ‘che non prepara per il mondo del lavoro’, da oltreoceano – dove sono sempre più avanti di noi – le scuole vengono normalmente sponsorizzate da grandi multinazionali e il darwinismo è talvolta messo in discussione non in quanto teoria scientifica, ma perché contrario al racconto biblico.
Di quale autonomia stiamo parlando, quale autonomia auspichiamo per le nostre scuole pubbliche, ma soprattutto, a quale progetto è finalizzata la ricerca di una vera autonomia? Autonomia da cosa? Queste domande rimangono ancora senza una risposta chiara, semplicemente perché non vengono poste.
MIlano, 20/04/09
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