RIFLESSIONI E OPINIONI
napoli,
2008-08-03
meritocrazia come premio di obbedienza
di Bruno Accarino dal manifesto, 25.06.08
Bruno Accarino
il manifesto, 25.06.08
Checché ne dicano quelli che fiutano sempre attacchi alla scienza e alla razionalità, la Dialettica dell'illuminismo di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer è un grande libro.
Qui mi interessa ricordare che allo stesso blocco metaforico della luce appartiene, come l'illuminismo, il «contesto di accecamento»
a cui ricorreva Adorno per indicare le situazioni in cui nessuno vede,
per esempio nessuno vede gli orrori che si consumano, è il caso di
dire, sotto gli occhi di tutti.
È qualcosa di diverso dall'ideologia, dalla falsa coscienza,
dall'omertà o dalla complicità volontaria: è una cecità consona ad una
situazione totale, nella quale un dissenziente assume le fattezze di
una colpevole bizzarria o di una mostruosa anomalia.
All'accecamento vien fatto di pensare da quando è entrato nelle chiacchiere politiche quotidiane lo zelo meritocratico,
con il corredo francamente ridicolo di ministri che minacciano di
sguinzagliare le loro truppe a caccia di fannulloni e di mangiapane a
tradimento, affinché dopo il repulisti emergano i veramente meritevoli.
Già, meritevole, il lemma non è sfuggito al «Breve lessico
dell'ideologia italiana» di Marco D'Eramo (in M. Bascetta - M. D'Eramo,
Moderato sarà lei, manifestolibri).
Un lemma inquietante
L'aggettivo impazza senza incontrare resistenze, e i guai si
moltiplicherebbero se scendesse in campo il «demerito». Non è
inquietante, intanto, che si dica spesso che uno la tale disgrazia se
l'è «meritata»? Ma non è il caso di infierire. Non si pretende che i
politici, prima di appellarsi alla ricetta meritocratica, si ricordino
del fatto che il più elementare dei legami sociali, l'amore, è per sua
natura irrimediabilmente immeritato e immeritabile, e che di qui nasce
la sua prossimità all'infelicità e finanche alla tragedia: per la
semplice ragione che appartiene alla sfera del dono e della grazia, non
a quella del merito. Né si chiede loro di districarsi nei labirinti
teologici che fanno del «merito» un concetto complicatissimo e uno dei
grandi misteri di ogni teoria della giustizia distributiva.
Ma qualcosa di politicamente ravvicinato si può dire. I
furbacchioni che non perdono occasione per invocare la scure
meritocratica sono convinti di promuovere la differenziazione,
l'individualismo, la guerra senza quartiere contro le ammucchiate
securitarie e parassitarie, l'abbattimento dell'egualitarismo piatto e
monocromatico. Insomma, si sentono corifei della modernità contro le
stagnanti paludi del passato.
Santa ingenuità: la
gerarchizzazione meritocratica non farebbe altro che resuscitare
fantasmi premoderni, rituali di piaggeria e di autogestione
nell'entourage del re (a suo tempo descritti da Norbert Elias), corsa all'accaparramento della benevolenza del capo (magari a cottimo), ruffianeria schiavile, prostituzione quotidiana della dignità. Un tripudio della corte e del corteggiamento, altro che modernità.
Come vuole la moda di oggi, il cannibalismo ci sarebbe, ma tra gruppi,
consorterie, parrocchie, corporazioni. Anche per muovere
all'arrembaggio bisogna coprirsi le spalle. Sarebbe, come nel
puritanesimo meritocratico americano, una festa dei poteri lobbistici. Quis iudicabit nell'attribuzione dei meriti, se non l'arbitrio e l'arroganza del feudatario di turno, stante anche l'auspicata scomparsa dell'orridamente garantista contratto collettivo?
Non sarà che i meritevoli coincidono con gli obbedienti? I paradossi e
gli autogol, poi, non si contano. Lo zelo è alleato della gelosia, di
cui è anzi la radice etimologica, per cui l'invenzione di meriti
socialmente superflui diventerà - è facile pronosticare - un mestiere
gettonatissimo. E’ del tutto evidente che in molti settori lavorativi
la capacità di coordinamento delle forze e un efficace agire
cooperativo valgono più di mille competizioni, che potrebbero anzi
alterare in peggio equilibri che abbiano dato buona prova di sé.
Il vertice dell'autodistruttività si registra, tanto per cambiare, nel sistema di istruzione.
Poiché la logica del pubblico è ormai impopolare, viene messa in conto
la ricerca di finanziamenti esterni che, anche quando non sono
direttamente privati, sono comunque estranei alla dotazione dei fondi
ordinari. Ma il supporto finanziario aggiuntivo scatta solo a fronte di
una graduatoria di merito, il cui punteggio è dato in buona misura
dalla quantità di soggetti smaltiti (diplomati o laureati).
Affinché la febbre agonistica possa dispiegarsi nelle zone alte,
tra istituti scolastici o tra sedi universitarie, bisogna allentare la
tensione nelle zone basse ed evitare ogni severità selettiva: scacciata
dal piano terra, la meritocrazia emigra ai piani alti delle strutture
educative, i cui feticci istituzionali, impegnati come sono nella
questua, non vedono più nemmeno all'orizzonte le vere esigenze
formative.
I danni culturali
Fin qui i danni materiali, quelli simbolico-culturali sfuggono
anche ad un censimento sommario. È un dato antropologicamente
insormontabile la tendenza degli esseri umani a razionalizzare come
meriti acquisiti il bottino di guerra o i colpi di fortuna: un
palazzinaro non si autointerpreta come un grassatore di strada, ma come
un abile imprenditore, un broker senza scrupoli vede nello specchio un
geniale navigatore nei mari del capitale finanziario.
La logica dei diritti interviene non come figlia della contrattazione
sociale, ma come sanzione dell'esistente, e si può esser certi che
questo è il marchio di autenticità di tutto ciò che si può pensare come
premoderno.
Alcuni insegnanti delle scuole medie inferiori e superiori mi
suggeriscono questa domanda: sarà proprio vero che la carriera senza
sussulti (anche retributivi) dell'insegnante è stata finora l'effetto
della sopravvivenza di una muffa antica? E se invece fosse l'immagine
di nicchia di un futuro razionale, una volta che fossero venuti meno
l'accecamento e le relative ubriacature?
La scuola ha un mandato costituzionale