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Progetto Scholè

by Gruppo Schole' — last modified 2010-02-27 10:23

Perchè questa pagina web

bimbi

La scuola italiana, dagli anni post-boom economico fino a quelli definiti della post-modernità, ha elaborato e difeso un patrimonio di idee e di pratiche che l’hanno portata, non sempre in modo coerente ma con la tenacia dei suoi operatori, ad allargare scopi, visioni, dimensioni del fatto educativo.

La scuola della Repubblica ha dato risposte pedagogiche alle situazioni in evoluzione fuori e dentro di essa: si pensi alla cultura della valutazione contenuta nella legge 517 del 1977, alla scuola media unica del 1962 o al Tempo Pieno nelle scuole elementari (data ufficiale di nascita: 1971).

Oggi sembra che il trend si sia capovolto.

A partire dalla stagione del ministro Berlinguer, seguita dalla gestione Moratti, attraverso quella di Fioroni fino ad arrivare all’epoca di Gelmini, la scuola ha subìto progressivi attacchi agli assunti, ai princìpi, alle modalità organizzative che ne facevano un patrimonio indispensabile per la formazione di cittadini.

Già, ma dove era arrivata? I dati in nostro possesso ci dicono che i primi gradi del sistema scolastico statale italiano sono stati capaci di adeguarsi progressivamente alle esigenze sociali e culturali, dando ottimi risultati qualitativi: la nostra è una delle migliori scuole dell’infanzia del mondo; la scuola primaria è collocata tra i primi posti nell’OCSE.

Non si può però dire lo stesso per i gradi successivi del sistema: la scuola media (oggi: "secondaria di primo grado") e la scuola superiore (detta ora "secondaria di secondo grado") non sono state capaci di mantenere la sfida con la modernità e la post-modernità e sembrano segnare il passo, inchiodate a paradigmi formativi ormai in crisi.

 

In questa situazione, da un decennio a questa parte, si sono succeduti continui attacchi alla scuola repubblicana. Concentrici, a volte subdoli, a volte brutali, essi sono sempre venuti proprio dai più alti apparati statali. I ministri che si sono succeduti, indipendentemente dal loro colore politico, hanno battuto strade simili, confluendo nel tagliare le spese, ridurre gli organici, trasformare la scuola in servizio a domanda individuale, introdurvi la logica mercantile, far entrare la meritocrazia a scuola, sostituire il "personalismo" all’individualizzazione, adulterare la cultura della valutazione o addirittura azzerarla…

Il novero degli attacchi allo spirito ed all’organizzazione della scuola della Costituzione potrebbe continuare.

 

Chi ha attaccato la scuola, fosse di destra o di (centro)sinistra, aveva in mente una sola stella polare: il mercato. Ed un’arma principale: l’ideologia mercantile propagandata come indispensabile per essere individualmente all’altezza dei tempi e quindi per tutti indispensabile.

Ministri ed politici di area di governo, fiancheggiati da ideologi isolati, hanno sempre voluto rendere più forte la scuola privata e più debole quella pubblica mutandone gli scopi, facendola scivolare dalla promozione del dettato Costituzionale ("pieno sviluppo della persona umana", "effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese") al controllo sociale.

E’ stata questione di soldi, ma anche di scelte per il futuro: occorreva, per Lorsignori, selezionare le classi dirigenti del futuro allontanando la maggioranza della popolazione dalla cultura e dallo spirito critico.

 

Oggi, la strada spianata dagli attacchi precedenti, siamo arrivati alla dissoluzione della scuola della Costituzione.

Sistemi formativi regionali si pongono come un polo scolastico alternativo; le scuole private cattoliche pretendono ed ottengono finanziamenti che alle scuole pubbliche vengono negati; le leggi razziali fanno capolino nella scuola, o si apprestano a farlo, come nel 1938; alle scuole vengono negati i fondi per il loro funzionamento; ci si avvia verso la definitiva trasformazione delle scuole in aziende e l’abolizione del valore legale dei tutoli di studio; i contratti di lavoro collettivi dei docenti verranno abrogati, così come la loro rappresentanza sindacale interna; Tempo Pieno e Tempo Prolungato vengono soppressi per decreto.

 

Le scienze della formazione, incredibilmente, sono sotto attacco al pari della scuola. Per la prima volta nella storia della Repubblica un’intera area scientifica viene messa alla berlina, criticata, ridotta all’insignificanza; chi domina i mezzi di informazione e la politica tratta la pedagogia come culturame.

Viene auspicata la riduzione del peso delle scienze della formazione all’interno dei curricoli universitari che abilitano all’insegnamento, in modo da ristabilire il parallelo gentiliano tra sapere e saper insegnare (cioè: secondo questo paradigma, conoscere una disciplina equivale a saperla insegnare).

Vengono così svalutate, azzerate intere stagioni di riflessione sul procedere del pensiero umano, sacrificate sugli insanguinati altari del mercato.

Dal mondo accademico non giungono che flebili richiami e scarsi segni di riconoscimento della gravità del momento. Si vuole, né più, né meno, distruggere una scienza, passando attraverso il processo della distillazione della sua inutilità o della sua dannosità e la proibizione del suo uso, soprattutto quando dà risultati scientifici avversi a ciò che conviene a chi comanda.

Un precedente c’è: quello di Galileo.

Un segno, un esempio per capire il momento attuale: aver scritto in articoli di legge la necessità del "maestro unico" contraddicendo ogni evidenza scientifica ed ogni teoria pedagogica. Così, per decreto, in bambini e bambine si ravvisa un fantomatico "bisogno di un punto di riferimento unico". Non c’è alcuno studio che lo dimostra, alcuno studioso del settore che lo afferma (anzi la complessità della realtà scolastica odierna suggerirebbe l’opposto) ma la cosa è diventata legge. Come se costruissimo, senza le dovute precauzioni, abitazioni in zone che la geologia ci dice a rischio sismico perché la legge stabilisce che non ci saranno terremoti.

 

In questi anni vasti strati di quello che possiamo definire "popolo della scuola" si sono opposti a questi disegni. Qualcosa è stato ottenuto, molto no.

Si sono opposti allo sfacelo: studenti, insegnanti e, per la prima volta, sotto il regno morattiano, genitori che hanno deciso di prendere la parola e far parte del movimento di difesa della scuola pubblica

Sono stati anni di resistenza, di lotte che hanno attraversato l’Italia. E’ nata la consapevolezza che la scuola è un patrimonio collettivo da difendere, non un affare che riguarda gli insegnanti.

La resistenza, di fronte agli attacchi di chi governava, si è sempre mossa in difesa delle conquiste che erano maturate nei precedenti decenni. E, come si è visto, spesso questo movimento ha dovuto registrate sconfitte.

La linea di difesa, così, è sempre arretrata, ogni volta di più. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno un passo indietro, a difendere un Fort Alamo fatto di pedagogia intelligente, di expertize, di sapere collettivo, dagli attacchi ideologici, a volte rabbiosi, di un avversario che sta progressivamente togliendo alla scuola repubblicana porzioni di territorio ideale, di credibilità, di risorse, di aria per respirare.

Ogni giorno personaggi di vario calibro e spessore vomitano sui giornali e nel web fiumi di veleno contro la scuola, contro gli insegnanti e contro i genitori, promuovendone il perenne antagonismo; ammantano di ideologia mercantile o a volte vetero-cattolica la virulenza dell’odio contenuto nei loro scritti, levano alti lai gridando alla persecuzione se criticati, ma sono gli stessi che hanno in mano le leve del potere economico e mediatico.

A chi non è amico di nessun potente, a chi vive nella scuola non resta altro che difendersi.

La scuola pubblica, quella repubblicana, quella della Costituzione, è sola, nessuno la difende. Sa che deve difendersi da sola.

 

 

Questa situazione, che ormai dura da diversi anni, è perniciosa, non solo perché nega alla scuola il modo di essere se stessa, ma anche perché costringe chi la difende a seguire costantemente l’agenda dettata dai pasdaran del mercantilismo ciecamente ideologico.

Di conseguenza, per chi ama la scuola, per coloro che la fanno ogni giorno, costruendola con il loro impegno e la loro fatica, non resta molto tempo per pensare la scuola del domani.

Eppure c’è bisogno proprio di questo.

 

La situazione sociale ed economica è in rapida trasformazione: si tratta di un dato evidente di per sé.

Il mondo che troveranno i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine domani non sarà quello che è oggi.

Se la scuola della Repubblica vuole essere scuola, se vuole essere se stessa, non può far finta che ciò non sia vero, deve attrezzarsi. Non può abdicare al suo ruolo.

Deve dimostrare a tutti che sa essere scuola anche in questa temperie, non può aspettare un politico salvifico che la tutelerà domani; deve pensarsi nel futuro e nella collettività oggi.

Non può aspettare che arrivino i finanziamenti negati per pensarsi, per elaborare una sua nuova cultura, per progettarsi come nuova scuola possibile.

Se non lo facesse, morirebbe, perché proprio nel rispondere ai bisogni formativi che emergono si trovano il ruolo e l’identità stessa della scuola.

 

Riuscire a pensare una scuola nuova equivale a passare all’attacco, ad uscire da Fort Alamo. Occorre riuscire a fare la migliore scuola possibile perché sia cosa degna difenderla, perché si possa dire che non si difende un privilegio o lo stallo di una cultura impotente, ma il laboratorio delle idee che camminano, la giunzione tra teoria e prassi, il cantiere del futuro in movimento.

 

Questo è il progetto che anima il nostro impegno.

Nello specifico, tutto questo vuol dire aprire il dibattito sui temi che qualificano la scuola; essi sono anche, nonostante tutto, i campi sui quali si misura la stessa battaglia difensiva che non va abbandonata. Al contrario, l’elaborazione di un pensiero libero e critico non potrà che essere uno strumento per la difesa di ciò che ancora resiste, che non è ancora stato abbattuto e che il popolo della scuola rivendica.

Tutto questo vuol dire creare una continuità tra pensiero ed azione nel nostro modo di fare e vivere la scuola; stabilire una rete di comunicazione tra coloro che vogliono esercitare il pensiero e la riflessione sul fare scuola e sulle prospettive che si intravedono; condividere idee e risorse, lanciare una battaglia culturale, dare il modo di approfondire le conoscenze, lanciare proposte pratiche di azione collettiva di fronte ai problemi di sistema che si stagliano davanti alla scuola della Repubblica.

 

La scuola della Repubblica ha dato risposte pedagogiche alle situazioni in evoluzione fuori e dentro di essa: si pensi alla cultura della valutazione contenuta nella legge 517 del 1977, alla scuola media unica del 1962 o al Tempo Pieno nelle scuole elementari (data ufficiale di nascita: 1971).

Oggi sembra che il trend si sia capovolto.

A partire dalla stagione del ministro Berlinguer, seguita dalla gestione Moratti, attraverso quella di Fioroni fino ad arrivare all’epoca di Gelmini, la scuola ha subìto progressivi attacchi agli assunti, ai princìpi, alle modalità organizzative che ne facevano un patrimonio indispensabile per la formazione di cittadini.

Già, ma dove era arrivata? I dati in nostro possesso ci dicono che i primi gradi del sistema scolastico statale italiano sono stati capaci di adeguarsi progressivamente alle esigenze sociali e culturali, dando ottimi risultati qualitativi: la nostra è una delle migliori scuole dell’infanzia del mondo; la scuola primaria è collocata tra i primi posti nell’OCSE.

Non si può però dire lo stesso per i gradi successivi del sistema: la scuola media (oggi: "secondaria di primo grado") e la scuola superiore (detta ora "secondaria di secondo grado") non sono state capaci di mantenere la sfida con la modernità e la post-modernità e sembrano segnare il passo, inchiodate a paradigmi formativi ormai in crisi.

 

In questa situazione, da un decennio a questa parte, si sono succeduti continui attacchi alla scuola repubblicana. Concentrici, a volte subdoli, a volte brutali, essi sono sempre venuti proprio dai più alti apparati statali. I ministri che si sono succeduti, indipendentemente dal loro colore politico, hanno battuto strade simili, confluendo nel tagliare le spese, ridurre gli organici, trasformare la scuola in servizio a domanda individuale, introdurvi la logica mercantile, far entrare la meritocrazia a scuola, sostituire il "personalismo" all’individualizzazione, adulterare la cultura della valutazione o addirittura azzerarla…

Il novero degli attacchi allo spirito ed all’organizzazione della scuola della Costituzione potrebbe continuare.

 

Chi ha attaccato la scuola, fosse di destra o di (centro)sinistra, aveva in mente una sola stella polare: il mercato. Ed un’arma principale: l’ideologia mercantile propagandata come indispensabile per essere individualmente all’altezza dei tempi e quindi per tutti indispensabile.

Ministri ed politici di area di governo, fiancheggiati da ideologi isolati, hanno sempre voluto rendere più forte la scuola privata e più debole quella pubblica mutandone gli scopi, facendola scivolare dalla promozione del dettato Costituzionale ("pieno sviluppo della persona umana", "effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese") al controllo sociale.

E’ stata questione di soldi, ma anche di scelte per il futuro: occorreva, per Lorsignori, selezionare le classi dirigenti del futuro allontanando la maggioranza della popolazione dalla cultura e dallo spirito critico.

 

Oggi, la strada spianata dagli attacchi precedenti, siamo arrivati alla dissoluzione della scuola della Costituzione.

Sistemi formativi regionali si pongono come un polo scolastico alternativo; le scuole private cattoliche pretendono ed ottengono finanziamenti che alle scuole pubbliche vengono negati; le leggi razziali fanno capolino nella scuola, o si apprestano a farlo, come nel 1938; alle scuole vengono negati i fondi per il loro funzionamento; ci si avvia verso la definitiva trasformazione delle scuole in aziende e l’abolizione del valore legale dei tutoli di studio; i contratti di lavoro collettivi dei docenti verranno abrogati, così come la loro rappresentanza sindacale interna; Tempo Pieno e Tempo Prolungato vengono soppressi per decreto.

 

Le scienze della formazione, incredibilmente, sono sotto attacco al pari della scuola. Per la prima volta nella storia della Repubblica un’intera area scientifica viene messa alla berlina, criticata, ridotta all’insignificanza; chi domina i mezzi di informazione e la politica tratta la pedagogia come culturame.

Viene auspicata la riduzione del peso delle scienze della formazione all’interno dei curricoli universitari che abilitano all’insegnamento, in modo da ristabilire il parallelo gentiliano tra sapere e saper insegnare (cioè: secondo questo paradigma, conoscere una disciplina equivale a saperla insegnare).

Vengono così svalutate, azzerate intere stagioni di riflessione sul procedere del pensiero umano, sacrificate sugli insanguinati altari del mercato.

Dal mondo accademico non giungono che flebili richiami e scarsi segni di riconoscimento della gravità del momento. Si vuole, né più, né meno, distruggere una scienza, passando attraverso il processo della distillazione della sua inutilità o della sua dannosità e la proibizione del suo uso, soprattutto quando dà risultati scientifici avversi a ciò che conviene a chi comanda.

Un precedente c’è: quello di Galileo.

Un segno, un esempio per capire il momento attuale: aver scritto in articoli di legge la necessità del "maestro unico" contraddicendo ogni evidenza scientifica ed ogni teoria pedagogica. Così, per decreto, in bambini e bambine si ravvisa un fantomatico "bisogno di un punto di riferimento unico". Non c’è alcuno studio che lo dimostra, alcuno studioso del settore che lo afferma (anzi la complessità della realtà scolastica odierna suggerirebbe l’opposto) ma la cosa è diventata legge. Come se costruissimo, senza le dovute precauzioni, abitazioni in zone che la geologia ci dice a rischio sismico perché la legge stabilisce che non ci saranno terremoti.

 

In questi anni vasti strati di quello che possiamo definire "popolo della scuola" si sono opposti a questi disegni. Qualcosa è stato ottenuto, molto no.

Si sono opposti allo sfacelo: studenti, insegnanti e, per la prima volta, sotto il regno morattiano, genitori che hanno deciso di prendere la parola e far parte del movimento di difesa della scuola pubblica

Sono stati anni di resistenza, di lotte che hanno attraversato l’Italia. E’ nata la consapevolezza che la scuola è un patrimonio collettivo da difendere, non un affare che riguarda gli insegnanti.

La resistenza, di fronte agli attacchi di chi governava, si è sempre mossa in difesa delle conquiste che erano maturate nei precedenti decenni. E, come si è visto, spesso questo movimento ha dovuto registrate sconfitte.

La linea di difesa, così, è sempre arretrata, ogni volta di più. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno un passo indietro, a difendere un Fort Alamo fatto di pedagogia intelligente, di expertize, di sapere collettivo, dagli attacchi ideologici, a volte rabbiosi, di un avversario che sta progressivamente togliendo alla scuola repubblicana porzioni di territorio ideale, di credibilità, di risorse, di aria per respirare.

Ogni giorno personaggi di vario calibro e spessore vomitano sui giornali e nel web fiumi di veleno contro la scuola, contro gli insegnanti e contro i genitori, promuovendone il perenne antagonismo; ammantano di ideologia mercantile o a volte vetero-cattolica la virulenza dell’odio contenuto nei loro scritti, levano alti lai gridando alla persecuzione se criticati, ma sono gli stessi che hanno in mano le leve del potere economico e mediatico.

A chi non è amico di nessun potente, a chi vive nella scuola non resta altro che difendersi.

La scuola pubblica, quella repubblicana, quella della Costituzione, è sola, nessuno la difende. Sa che deve difendersi da sola.

 

 

Questa situazione, che ormai dura da diversi anni, è perniciosa, non solo perché nega alla scuola il modo di essere se stessa, ma anche perché costringe chi la difende a seguire costantemente l’agenda dettata dai pasdaran del mercantilismo ciecamente ideologico.

Di conseguenza, per chi ama la scuola, per coloro che la fanno ogni giorno, costruendola con il loro impegno e la loro fatica, non resta molto tempo per pensare la scuola del domani.

Eppure c’è bisogno proprio di questo.

 

La situazione sociale ed economica è in rapida trasformazione: si tratta di un dato evidente di per sé.

Il mondo che troveranno i ragazzi e le ragazze, i bambini e le bambine domani non sarà quello che è oggi.

Se la scuola della Repubblica vuole essere scuola, se vuole essere se stessa, non può far finta che ciò non sia vero, deve attrezzarsi. Non può abdicare al suo ruolo.

Deve dimostrare a tutti che sa essere scuola anche in questa temperie, non può aspettare un politico salvifico che la tutelerà domani; deve pensarsi nel futuro e nella collettività oggi.

Non può aspettare che arrivino i finanziamenti negati per pensarsi, per elaborare una sua nuova cultura, per progettarsi come nuova scuola possibile.

Se non lo facesse, morirebbe, perché proprio nel rispondere ai bisogni formativi che emergono si trovano il ruolo e l’identità stessa della scuola.

 

Riuscire a pensare una scuola nuova equivale a passare all’attacco, ad uscire da Fort Alamo. Occorre riuscire a fare la migliore scuola possibile perché sia cosa degna difenderla, perché si possa dire che non si difende un privilegio o lo stallo di una cultura impotente, ma il laboratorio delle idee che camminano, la giunzione tra teoria e prassi, il cantiere del futuro in movimento.

 

Questo è il progetto che anima il nostro impegno.

Nello specifico, tutto questo vuol dire aprire il dibattito sui temi che qualificano la scuola; essi sono anche, nonostante tutto, i campi sui quali si misura la stessa battaglia difensiva che non va abbandonata. Al contrario, l’elaborazione di un pensiero libero e critico non potrà che essere uno strumento per la difesa di ciò che ancora resiste, che non è ancora stato abbattuto e che il popolo della scuola rivendica.

Tutto questo vuol dire creare una continuità tra pensiero ed azione nel nostro modo di fare e vivere la scuola; stabilire una rete di comunicazione tra coloro che vogliono esercitare il pensiero e la riflessione sul fare scuola e sulle prospettive che si intravedono; condividere idee e risorse, lanciare una battaglia culturale, dare il modo di approfondire le conoscenze, lanciare proposte pratiche di azione collettiva di fronte ai problemi di sistema che si stagliano davanti alla scuola della Repubblica.